Sharing Economy, quanto vale?

Sharing Economy, quanto vale?

Negli ultimi tempi sempre più spesso si sente parlare di “home sharing”, “car pooling”, “social eating” piuttosto che “peer to peer economy”.

Mediante tali denominazioni, si indicano tutte quelle attività facenti parte della sharing economy. Cosa è esattamente questa “sharing economy”? Letteramente essa può intendersi come economia di condivisione o collaborativa ed indica un nuovo modello economico che parte dai fabbisogni dei consumatori e si basa essenzialmente sul riutilizzo ciclico e sulla condivisione di una o più risorse che andrebbero sperperate e mal ottimizzate se utilizzate in maniera “non-shared”. In soldoni, professionisti, comuni cittadini e consumatori mettono a disposizione, cioè vanno a condividere, le proprie risorse, competenze e fabbisogni, andando quindi a coprire domanda ed offerta in maniera autonoma, creando così legami collaborativi virtuosi facenti uso della tecnologia in modo totalmente relazionale. In tal senso si vanno a promuovere nuove tipologie di consumo che mettono in primo piano il risparmio e la condivisione, favorendo in primis la socializzazione, il risparmio e la salvaguardia dell’ambiente.

Al fine di esplicare in maniera più chiara tali concetti, facciamo alcuni esempi di sharing economy business.

Due tra le più importanti piattaforme in tali ambiti sono Uber ed Airbnb: la prima piattaforma consente di condividere ed usufruire di passaggi in auto tra due mete comuni selezionabili tra un’ampia gamma e simili a questa ve ne sono un’infinità. La seconda invece consente a proprietari di una stanza o un immobile di affittarle a viaggiatori occasionali o turisti che preferiscono tale tipo di sistemazione ai classici e più costosi hotel.

Ma quanto può valere un’economia di questo genere? Prendendo come riferimento un mercato variegato ed ampio come quello degli Stati Uniti, vediamo quali sono le stime e i dati raccolti dalla U.S. House of Representatives Committee on Energy and Commerce (CEC), cioè una delle più antiche istituzioni del congresso americano, che puntualmente stima semestralmente indici e cifre degli ambiti commerciali attuali. Secondo la CEC, economie di tipo sharing hanno fatto registrare un fatturato utile pari a 15 miliardi di dollari americani nel solo anno 2015. Tale cifra, secondo le loro stime, potrebbe arrivare a circa 335 miliardi di dollari nel 2025. A dimostrazione di tale boom, basti pensare che una compagnia come Uber, a soli 5 anni dalla sua fondazione, è valutata con un valore pari a circa 41 miliardi di dollari, cifra superiore alle ben più rodate American Airlines e United Continental. Airbnb va a realizzare circa 155 milioni di clienti l’anno, più del 21% del numero registrato dagli alberghi Hilton che nell’anno 2014 ha visto soggiornare circa 127 milioni di persone. Il valore attuale di Airbnb si attesta su 13 miliardi di dollari, quota sicuramente superiore al valore di intere catene alberghiere più mature in quanto ad età di presenza sul suolo statunitense.

Tentando di trovare il motivo per tale esplosione di questo tipo di business, in parte sicuramente ha contribuito la grande crisi economica che ha investito l’intero Occidente sin dall’anno 2007. In secundis ha contribuito la sensibilizzazione della popolazione mondiale a temi delicati quali l’ecologia e il rispetto dell’ambiente: sicuramente condividere un’auto in 4 persone per compiere un tragitto di anche soltanto 30 km risulta essere molto meno inquinante e dannoso per l’ambiente che utilizzare anche soltanto 1 auto e 2 mezzi pubblici per esempio o 4 auto distinte. Per terzo, il concetto di proprietà sta perdendo il valore che poteva avere nel secolo scorso difatti, sempre secondo la ricerca del CEC, un americano su due ha affermato che “possedere rappresenta affermare il mio status sociale” quando soltanto 12 anni fa tale affermazione era sostenuta da circa il 75% degli intervistati. Addirittura l’80% degli intervistati sostiene che noleggiare un bene risulta essere meno stressante e più sicuro che possederne uno, dimostrando così che l’accesso ad un servizio è oramai divenuto un sinonimo di possedere tale servizio.

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