Investire in start up innovative: non solo agevolazioni fiscali!

Investire in start up innovative: non solo agevolazioni fiscali!

Il vantaggio è diventare parte attiva di progetti che danno slancio allo sviluppo

Quando si parla di investimenti in progetti innovativi, in Italia si trova spesso terreno poco fertile: inutile dilungarsi sulle tante cause e responsabilità che hanno determinato questa tendenza, il dato certo è il cronico eccesso di prudenza di molti investitori quando si tratta di puntare su imprese pronte a mettersi in gioco con soluzioni di business meno “tradizionali” e proposte di sviluppo “non convenzionali”.

Negli ultimi anni però si è assistito a un significativo cambio di rotta: la sempre crescente autorevolezza delle esperienze di sharing economy e la maggior consapevolezza attorno alla fattibilità e alle prospettive di progetti partecipati hanno indubbiamente spinto numerosi soggetti a scommettere su imprese giovani, dinamiche e ad alto contenuto innovativo.

Un’opportunità per i potenziali investitori, favorita anche dalle misure che il Governo ha da qualche anno promosso, specie in materia fiscale.

Vale dunque la pena approfondire quali siano le concrete misure a beneficio di chi voglia investire in una startup innovativa: la legge di bilancio 2017 recentemente approvata ha introdotto ulteriori agevolazioni, in primo luogo trasformando gli incentivi da temporanei a permanenti ed elevandone l’aliquota – che d’ora in poi sarà unica – al 30%. Per i soggetti passivi IRPEF, tra l’altro, sarà raddoppiato, da 500mila a un milione di euro, l’investimento massimo detraibile, e per i soggetti passivi IRES rimane confermato a un 1,8 milioni di euro; gli investimenti dovranno essere mantenuti per 3 anni anzichè per 2 anni. Un pacchetto di facilitazioni che ha il chiaro obiettivo di incrementare gli investimenti in capitale di rischio nelle start up innovative.

Un’opportunità che potrà essere sfruttata sia dai business angels più esperti sia da imprenditori e manager che sono intenzionati a diventarlo, ma che non hanno ancora individuato il giusto progetto su cui scommettere.

In uno scenario nel quale il reperimento di finanziamenti istituzionali è sempre più difficoltoso il ruolo di una figura imprenditoriale capace di visualizzare la componente innovativa di un’azienda in fase di start up e di prevederne il potenziale di crescita è fondamentale.

Uno studio dell’Harvard Business School ha evidenziato come le imprese innovative supportate da business angels abbiano margini di sopravvivenza e prospettive di crescita di gran lunga superiori rispetto a quelle che non hanno ricevuto questo tipo di investimento.

Spesso poi l’investitore non istituzionale possiede il know-how per valutare non solo la qualità intrinseca del progetto, ma anche quella del team che lo ha realizzato, così come gli effetti a corto, medio e lungo raggio che si producono in termini di innovazione, semplificazione, trasmissione e condivisione di saperi ed esperienze. Investire in una piattaforma come Brandorbi, ad esempio, significa puntare su una prospettiva sharing, in cui la distanza tra marchio e consumatore si assottiglia, fino alla creazione di un contatto concreto e produttivo: da un lato infatti c’è la creazione di brand awareness mirata e a costi sostenibili, dall’altra un beneficio economico pressoché immediato e una crescita partecipata delle proprie capacità di influenza in chiave social. Attraverso uno strumento ad alta vocazione digitale dunque si crea un ecosistema di relazioni dirette, basato sulla reciproca credibilità dei partecipanti, capace di generare valore di marketing e risonanza comunicativa.

I numeri parlano chiaro:

Un’analisi condotta da Infocamere e aggiornata al dicembre 2016, rivela che il numero delle start up innovative alla fine dello scorso anno aveva toccato quota 6745, registrando un +6% rispetto al dato del trimestre precedente e oltre il 31% in più rispetto al dicembre 2015. Interessante notare anche che le start up a prevalenza giovanile (under 35) sono 1.538, il 22,8% del totale, un dato più di tre volte superiore rispetto alla quota delle società di capitali con prevalenza giovanile, ferma al 7,1%.

Un universo che ormai è difficile considerare marginale: a fine settembre 2016 le quasi 2.700 start up con dipendenti impiegavano più di 9000 persone, un dato in costante crescita rispetto ai trimestri precedenti; il dato sui soci si riferisce nuovamente alla fine del 2016 e riporta una media di più di 4 soci per ogni start up. In sintesi dunque tra socie e addetti le imprese innovative coinvolgono poco meno di 35mila unità: solo un anno prima il dato era fermo a 24mila, pertanto l’incremento annuo è stato pari al 44,8%.

In termini produttivi infine, per ogni euro di produzione le imprese innovative generano in media 19 centesimi di valore aggiunto, dato che, se limitato alle aziende in utile, sale a 33 centesimi.

Il valore della produzione media, calcolato per l’esercizio 2015 sulle 4049 start up innovative delle quali si dispone dei bilanci, è pari a 144mila euro. A livello nazionale, la produzione complessiva tocca quasi i 584 milioni di euro.

Per chiunque volesse approfondire il tema in maniera più dettagliata consigliamo di visitare la relativa sezione del sito web del Ministero dello Sviluppo Economico.

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